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Verdena

Verdena (1999)
6/10
Solo Un Grande Sasso (2001)
6/10
Il Suicidio Del Samurai (2004)
6.5/10
Requiem (2007)
7/10



I Verdena (inizialmente Verbena, nome poi cambiato in seguito all'esordio dell'omonimo gruppo americano) nascono come trio (i fratelli Alberto e Luca Ferrari, il primo a chitarra e voce e il seconda alla batteria, più la bassista Roberta Sammarelli) nel 1996 in provincia di Bergamo.

Il loro primo omonimo disco (Black Out / Universal, 1999) presenta una serie di tracce di grunge melodico fortemente contaminate dal sound dei principali gruppi "alternative rock" italiani del periodo (specie dei Marlene Kuntz), con i tre membri che (nonostante la giovanissima età) mostrano già un'ottima preparazione tecnica al genere grunge in tutte le sue sfumature (da quello più punk a quello più psichedelico). Colpisce l'interpretazione ai pezzi di Alberto Ferrari, che da subito si presenta come un fedele seguace della tecnica cut-up nelle liriche (alla Borroughs, ma soprattutto alla Cobain), con continue metafore riguardanti la droga; la forte personalità che riesce a immettere nei pezzi più "sentiti" (L'infinita gioia di Herny Bahus, Dentro Sharon, Valvonauta, Ultranoia) ne fa dei piccoli anthem per le nuovissime generazioni di adolescenti senza identità, e il sound si eleva al di sopra della media rock italiana, riuscendo a scuotere un panorama ormai addormentato e innocuo, grazie al supporto che diversi media danno alla band. Ma il disco è spesso notevolmente corroso da una ricerca melodica pop che, se in alcuni casi fa nascere delle idee interessanti (il singolo Viba, ma anche la potente opener Ovunque), negli altri episodi suona come un grosso autolimite. L'altro evidente difetto è la facile noia che spesso può comunicare una buona metà dei pezzi, vista la notevole derivatività della proposta musicale.

Il secondo disco Solo un grande sasso (Black Out / Universal, 2001) è un passo più lungo della gamba. Desiderosi di scrollarsi di dosso l'etichetta grunge-pop, la band cerca nuove vie sonore nel rock acustico (La tua fretta), nelle divagazioni psichedeliche, nelle strutture più ricercate, nella voce più distaccata, nelle chitarre meno ruvide e più dilatate, negli arrangiamenti di archi e synth; ma non c'è ancora una maturità compositiva adatta alle ambizioni, tant'è che paradossalmente l'interesse maggiore lo trasmettono i brani meno sperimentali e più orecchiabili (La tua fretta, Nel mio letto). Unici vertici tra le tracce più psichedeliche sono forse 17 tir nel cortile e (in misura minore) 1000 anni con Elide; deludente invece il singolo di lancio Spaceman.
Il disco viene registrato sotto la supervisione di Mauro Pagani (PFM) e prodotto da Manuel Agnelli (Afterhours), ma il risultato è discutibile: il sound smorza decisamente le poche idee incisive, e spesso rende chitarre e batteria un pastone confuso e alla lunga tedioso.

Il terzo album Il suicidio del samurai (Black Out / Universal, 2004) viene autoprodotto; la band ricerca continuamente una sorta di "wall of sound" chitarristico da porre in accoppiata al basso cupo e abrasivo, mentre il songwriting evolve ulteriormente, stavolta curando non tanto la struttura dei pezzi quanto lo "stile" e le melodie strumentali. La band (per l'occasione con la temporanea entrata in line-up di un tastierista) ridimensiona le ambizioni e centra un obiettivo alla sua portata, riuscendo a compiere un'effettiva maturazione. Il continuo flirt tra noise, alternative-rock decadente, grunge e psichedelia trova un suo equilibrio, e i testi di Alberto per la prima volta dopo molto tempo riescono a trovare una sensatezza nella loro voluta insensatezza. La musica non pecca più di eccessiva derivatività e si sforza in ogni modo di trovare una propria strada personale, anche se puntando più che altro sugli effetti sonori (e talvolta solo per mascherare la banalità pop della melodia, come in Mina) che sul songwriting vero e proprio. I vertici del lavoro sono sicuramente la straziata e poetica Luna, l'alienato rock melodico di Phantastica e Glamodrama, mentre le propulsioni pichedelico-grunge toccano l'apice nella cavalcata di Elefante. Le ritmiche sono spesso più rallentate e dilatate rispetto ai loro precedenti standard, a ricercare un paesaggio cupo e allucinato che ben si accoppia alle liriche in cut-up visionario, ma giunti al termine del disco ci si accorge che la formula rischia troppo facilmente di stancare.

Il quarto disco Requiem (Black Out / Universal, 2007) è il lavoro che non ci si aspettava. Il sound non è mai stato così ruvido e tagliente, la voce di Alberto mai così amareggiata, il clima generale così straziato. La "nuova" veste musicale saccheggia praticamente tutto dal primo grunge, dalla psichedelia e dallo stoner, ma riesce ugualmente a colpire, specie se confrontata con il resto che la scena musicale italiana propone al momento dell'uscita. I Verdena non hanno mai guardato così decisi a band come Kyuss e Motorpsycho, ma allo stesso tempo i loro riferimenti principali di sempre (Mudhoney, Soundgarden, Melvins e Nirvana) restano più che presenti in ogni traccia.
Vertici dell'album senza dubbio l'opener-killer Don Calisto (ispirata decisamente dai primi Nirvana), Non prendere l'acme, Eugenio (citazione dai Pink Floyd nel titolo, clima oppresso-noise e tagliente nelle musiche), Isacco nucleare, Muori delay (l'episodio pių catchy), Was?, e soprattutto i gioielli Il Gulliver e Sotto prescrizione del dott. Huxley, due convincenti suite grunge-psichedeliche lunghe 12 minuti a testa.
Un po' fuori luogo invece gli inutili intermezzi, così come le parentesi melodiche "delicate" ma stanche (Trovami un modo semplice per uscirne ha una certa qualità e si integra bene all'interno del lavoro, la beatlesiana-floydiana e pienamente pop Angie decisamente no).
Il clima è comunque sensibilmente creativo e anarchico, specie negli esperimenti più audaci (le due tracce di 12 minuti), ed è proprio questa la marcia in più del disco.





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