I Verdena (inizialmente Verbena,
nome poi cambiato in seguito all'esordio dell'omonimo gruppo americano)
nascono come trio (i fratelli Alberto e Luca Ferrari, il primo a chitarra
e voce e il seconda alla batteria, più la bassista Roberta Sammarelli) nel 1996 in provincia
di Bergamo.
Il loro primo omonimo disco (Black Out / Universal, 1999) presenta
una serie di tracce di grunge melodico fortemente contaminate dal
sound dei principali gruppi "alternative rock" italiani
del periodo (specie dei Marlene Kuntz), con i tre
membri che (nonostante la giovanissima età) mostrano già
un'ottima preparazione tecnica al genere grunge in tutte le sue sfumature
(da quello più punk a quello più psichedelico). Colpisce
l'interpretazione ai pezzi di Alberto Ferrari, che da subito si presenta
come un fedele seguace della tecnica cut-up nelle liriche (alla Borroughs,
ma soprattutto alla Cobain), con continue metafore riguardanti la
droga; la forte personalità che riesce a immettere nei pezzi
più "sentiti" (L'infinita gioia di Herny
Bahus, Dentro Sharon, Valvonauta, Ultranoia)
ne fa dei piccoli anthem per le nuovissime generazioni di adolescenti
senza identità, e il sound si eleva al di sopra della media
rock italiana, riuscendo a scuotere un panorama ormai addormentato e innocuo, grazie al supporto che diversi media danno alla
band. Ma il disco è spesso notevolmente corroso da una ricerca
melodica pop che, se in alcuni casi fa nascere delle idee interessanti
(il singolo Viba, ma anche la potente opener Ovunque), negli altri episodi suona come un grosso
autolimite. L'altro evidente difetto è la facile noia che spesso
può comunicare una buona metà dei pezzi, vista la notevole
derivatività della proposta musicale.
Il secondo disco Solo un grande sasso (Black Out
/ Universal, 2001) è un passo più lungo della gamba.
Desiderosi di scrollarsi di dosso l'etichetta grunge-pop, la band
cerca nuove vie sonore nel rock acustico (La tua fretta),
nelle divagazioni psichedeliche, nelle strutture più ricercate,
nella voce più distaccata, nelle chitarre meno ruvide e più
dilatate, negli arrangiamenti di archi e synth; ma non c'è
ancora una maturità compositiva adatta alle ambizioni, tant'è
che paradossalmente l'interesse maggiore lo trasmettono i brani meno
sperimentali e più orecchiabili (La tua fretta,
Nel mio letto). Unici vertici tra le tracce più
psichedeliche sono forse 17 tir nel cortile e (in
misura minore) 1000 anni con Elide; deludente invece
il singolo di lancio Spaceman.
Il disco viene registrato sotto la supervisione di Mauro Pagani (PFM)
e prodotto da Manuel Agnelli (Afterhours), ma il
risultato è discutibile: il sound smorza decisamente le poche
idee incisive, e spesso rende chitarre e batteria un pastone confuso
e alla lunga tedioso.
Il terzo album Il suicidio del samurai (Black
Out / Universal, 2004) viene autoprodotto; la band ricerca continuamente
una sorta di "wall of sound" chitarristico da porre in accoppiata
al basso cupo e abrasivo, mentre il songwriting evolve ulteriormente,
stavolta curando non tanto la struttura dei pezzi quanto lo "stile"
e le melodie strumentali. La band (per l'occasione con la temporanea
entrata in line-up di un tastierista) ridimensiona le ambizioni e
centra un obiettivo alla sua portata, riuscendo a compiere un'effettiva
maturazione. Il continuo flirt tra noise, alternative-rock decadente,
grunge e psichedelia trova un suo equilibrio, e i testi di Alberto
per la prima volta dopo molto tempo riescono a trovare una sensatezza
nella loro voluta insensatezza. La musica non pecca più di
eccessiva derivatività e si sforza in ogni modo di trovare
una propria strada personale, anche se puntando più che altro
sugli effetti sonori (e talvolta solo per mascherare la banalità
pop della melodia, come in Mina) che sul songwriting
vero e proprio. I vertici del lavoro sono sicuramente la straziata
e poetica Luna, l'alienato rock melodico di Phantastica
e Glamodrama, mentre le propulsioni pichedelico-grunge
toccano l'apice nella cavalcata di Elefante. Le ritmiche
sono spesso più rallentate e dilatate rispetto ai loro precedenti
standard, a ricercare un paesaggio cupo e allucinato che ben si accoppia
alle liriche in cut-up visionario, ma giunti al termine del disco
ci si accorge che la formula rischia troppo facilmente di stancare.
Il quarto disco Requiem (Black
Out / Universal, 2007) è il lavoro che non ci si aspettava.
Il sound non è mai stato così ruvido e tagliente, la
voce di Alberto mai così amareggiata, il clima generale così
straziato. La "nuova" veste musicale saccheggia praticamente
tutto dal primo grunge, dalla psichedelia e dallo stoner, ma riesce
ugualmente a colpire, specie se confrontata con il resto che la scena
musicale italiana propone al momento dell'uscita. I Verdena
non hanno mai guardato così decisi a band come Kyuss
e Motorpsycho, ma allo stesso tempo i loro riferimenti
principali di sempre (Mudhoney, Soundgarden,
Melvins e Nirvana) restano più
che presenti in ogni traccia.
Vertici dell'album senza dubbio l'opener-killer Don Calisto (ispirata
decisamente dai primi Nirvana), Non prendere
l'acme, Eugenio (citazione dai Pink Floyd
nel titolo, clima oppresso-noise e tagliente nelle musiche), Isacco
nucleare, Muori delay (l'episodio pių catchy), Was?,
e soprattutto i gioielli Il Gulliver e Sotto
prescrizione del dott. Huxley, due convincenti suite grunge-psichedeliche
lunghe 12 minuti a testa.
Un po' fuori luogo invece gli
inutili intermezzi, così come le
parentesi melodiche "delicate" ma stanche (Trovami
un modo semplice per uscirne ha una certa qualità
e si integra bene all'interno del lavoro, la beatlesiana-floydiana e pienamente
pop Angie decisamente no).
Il clima è comunque sensibilmente creativo e anarchico, specie
negli esperimenti più audaci (le due tracce di 12 minuti),
ed è proprio questa la marcia in più del disco.