I White Denim sono un trio di Austin (Texas, USA), nati nel 2006 dalla collaborazione dei due ex-Parque Touch Joshua Block (batteria) e James Petralli (chitarra e voce) con Steve Terebecki (basso e voce).
Durante una lunga serie di live show, i tre registrano gli EP Let's Talk About It, Workout Holiday e RCRD LBL EP (quest'ultimo contenente nuove registrazioni di soli tre pezzi del precedente EP).
Il primo full-length Workout Holiday (Full Time Hobby, 2008) contiene 12 tracce, divise tra inediti e ri-registrazioni dei pezzi già presenti sugli EP di debutto.
Il sound del power-trio si inserisce lungo la scia del revival garage-rock aperto dai The White Stripes, ma lo detona dall'interno con contaminazioni tanto eterodosse da trasfigurarlo completamente.
L'influenza più pesante è forse quella della The Jon Spencer Blues Explosion, con il suo equilibrio di groove blues-rock e nichilismo punk, tuttavia già dalla coda dell'opener Let's Talk About It emergono elementi stranianti come i campionamenti elettronici e una pioggia di colpi sulla campana.
Shake Shake Shake porta avanti la strada del punk-blues grazie ad una micidiale miscela di riff garage sporco e metallico, batteria fragorosa, basso groovy e tagliente alla Shellac, cori da pub e voci di sottofondo.
La confusione stilistica viene introdotta seriamente da Sitting, con tastiere melliflue e riverberate polifonie vocali alla Merseybeat, e ulteriormente accentuata da I Can Tell You, un gioco tra sezione ritmica quasi tribale (sposata ai vocalizzi da shouter afroamericano) e certosini tocchi melodici alle chitarre effettate, ma raggiunge l'apice grazie a Mess Your Hair Up, lunga 5 minuti (praticamente il doppio rispetto ai precedenti spasmi appena abbozzati) e turbinante in un incrocio tra sconnesso garage-punk e composizione d'avanguardia, con un tema che si spegne gradualmente in una breve stasi di droni che si alterna poi ad una ritmica bombastica, acquisisce un battito dance, si spegne nuovamente facendo restare prima colpi di chitarra e poi il silenzio totale, prima di una nuova ripresa con basso noise-rock alla Scratch Acid e progressive stratificazioni ritmiche.
Una più easy listening melodia vocale quasi country, accoppiata al più canonico garage-rock delle chitarre, sostiene Heart from Us All, bilanciando la selvaggia All You Really Have to Do, costruita su ritmiche funk, con omaggi agli shouter neri da una parte e al chitarrismo e batterismo sconnessi tipici di Captain Beefheart dall'altra.
Altri tocchi avanguardisti fanno deflagrare la strumentale Look That Way at It in un'orgia di frammenti ritmici e chitarristici spezzati e ricomposti in un continuo vorticare, mentre Darksided Computer Mouth affoga tra vocalizzi dementi, batteria lo-fi fragorosa, pulsazioni di basso e feedback rumoristici,
avvicinando sempre più la band anche al sound dei Minutemen.
La più quieta WDA confonde ulteriormente il calderone generale, con lamenti vocali onirici e tocchi melodici più rilassati, prima della conclusione affidata ai zoppicanti e dissonanti garage-rock Don't Look That Way at It (con svariati inserti psichedelici) e IEIEI (con una melodia freak alla Frank Zappa prima di un excursus alla chitarra acustica su tappeto di ritmiche rumoristiche).
Exposion (Transmission, 2008) è il primo full-length nella versione per il mercato americano; contiene una selezione di 9 tracce dai primi EP, più gli inediti Transparency, You Can't Say e Migration Wind, tre garage-rock con inserti psichedelici in fin dei conti non troppo avventurosi.
Mancano anche alcune delle migliori composizioni già presenti nell'LP Workout Holiday.
Fits (Full Time Hobby, 2009), ancora una volta rilasciato solo per il mercato europeo, ripresenta il trio in gran forma, e anzi, sotto un certo aspetto anche maturato.
La miglior produzione, più nitida e dettagliata, li allontana dal sound maggiormente lo-fi e tipico dell'home-recording delle precedenti release, mentre il calderone stilistico costituente i brani evolve da quella che poteva sembrare più che altro un'originale variazione del garage-punk alla The Jon Spencer Blues Explosion verso una nuova dimensione, da una parte vera e propria opera di rivisitazione e aggiornamento del classico lascivo blues-funk afroamericano, dall'altra allucinato riassunto e rimpasto di un po' tutte le sonorità della contemporanea scena indie, con una più spiccata sensibilità melodica e psichedelica.
Radio Milk How Can You Stand It esplode subito in un vortice di ritmiche forsennate, basso travolgente e chitarre sgraziatamente brutalizzate, ma evolve inglobando anche scoppiettanti incursioni di sassofono, terminando con una coda martellante a sostenere una melodia vocale soul-funk.
Che All Consolation sia sostanzialmente un blues-rock viene testimoniato dall'assolo chitarristico centrale, per il resto vige una trasfigurazione completa espressa attraverso distorsioni stratificate, improvvisi vortici psichedelici, cori sgraziati e riverberati, ritmiche sconnesse e coda borbottante.
Sorte simile tocca a Say What You Want, introdotta da un riff blues-rock travolgente, graffiata da shouting vocali, acquietata da una rallentata seconda metà psych-rock con tanto di assolo orientaleggiante.
Lo spasmo punk-blues El Hard Attack DCWYW, con combinazione fragorosa di batteria e chitarra, nonché uno shouting vocale prima in spagnolo e poi in inglese, introduce perfettamente il singolo di lancio I Start to Run, sicuramente il momento più catchy, ma forse anche il più evidente omaggio agli shouter afroamericani dei 1950s e 1960s (da Little Richard a James Brown), oltre che una disorientante pioggia di frammenti psych-rock, tex-mex, funk, rock'n'roll ed elettronici sbobinati sopra ad un esplosivo tappeto di basso.
Il vero cambiamento rispetto alle precedenti release si nota però con la sezione centrale, costituita da Sex Prayer e Mirrored and Reverse, due escursioni oniriche in territori psichedelici, sorta di aggiornamento indie-rock dei classici Jefferson Airplane e The Doors, con tanto di battito dance-punk e una certa vicinanza ai Deerhunter di Cryptograms.
Paint Yourself e I'd Have It Just the Way We Were seguono a ruota con un'altra variazione stilistica, stavolta riassumendo gli estremi sonori dell'intero revival post-punk/indie-pop, con un mix di battito dance-punk elaborato, voce modulata e melodica con tanto di acuti in falsetto, chitarre frizzanti impegnate in continue pennellate, echi di The Strokes e Arcade Fire.
I successivi due pezzi vedono un ritorno delle sonorità e dei vocalizzi più "neri", opportunamente sabotati tramite catturanti deflagrazioni blues-rock in Everybody Somebody, e tramite ritmiche zoppicanti coniugate a chitarre acustiche e borbottamenti di chitarre elettriche funkeggianti in Regina Holding Hands, tuttavia il disco si chiude invece con un altro episodio più calmo e tipicamente "indie-rock", ovvero Sync'n, che riesce comunque a far evolvere un classico tappeto di leggiadri onirismi indie-pop verso una meno aggraziata e più rockeggiante coda.
Meno selvaggio e sconnesso rispetto a Workout Holiday, Fits d'altro canto rappresenta una sensibile maturazione stilistica e acquisizione di nuovi linguaggi musicali da parte del trio; probabilmente di minor appeal verso il pubblico del noise-rock più chiassoso in stile Shellac o verso gli amanti del lo-fi amatoriale, ma volenteroso di conquistare il più vasto pubblico dell'indie-rock grazie ad una maggior gamma di soluzioni sonore e ad un orecchio di riguardo alla vena melodica.