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The Who

My Generation (1965)
7.5/10
A Quick One (1966)
6.5/10
The Who Sell Out (1967)
6.5/10
Tommy (1969)
8/10
Who's Next (1971)
7.5/10
Quadrophenia (1973)
8/10
The Who by Numbers (1975)
6/10
Who Are You (1978)
6/10
Face Dances (1981)
5.5/10
It's Hard (1982)
5.5/10
Endless Wire (2006)
6/10



I The Who si formano nel 1964 a Londra; al momento della loro nascita, sono uno dei tanti gruppi prodotti dalla sottocultura "mod" inglese, affascinati dai generi "neri" (rhythm'n'blues, soul, jazz), e decisi a suonare rock sulla scia dei complessi rhythm'n'blues "bianchi" inglesi più "sporchi", su tutti The Rolling Stones e The Animals.
I The Who però si contraddistinguono fin da subito per la personalità ribelle e la tensione nichilista dei loro blues.
Mente e motore della band è Pete Townshend (chitarrista e occasionale voce), compositore di quasi tutti i pezzi e inventore di uno stile chitarristico unico (sporco, distruttivo e teatrale), mentre gli altri componenti sono John Entwistle (bassista e occasionale voce), Roger Daltrey (il cantante, dalla voce vibrante come i bluesmen ma molto più melodiosa e "impostata") e Keith Moon (il batterista, appassionato di surf-rock americano e dallo stile speculare a quello di Townshend: caotico, rumoristico, ma ineccepibile).
Il primo singolo I Can't Explain viene scritto sulla scia dei pezzi dei The Kinks, ma si differenzia da essi grazie ad un drumming iperdinamico; il successivo Anyway, Anyhow, Anywhere è invece il primo pezzo davvero "personale" di Townshend, un vero e proprio urlo anarchico.
Ma è solo il preludio: lo spirito della band esplode con il singolo My Generation (5 Novembre 1965), uno degli anthem per eccellenza della storia del rock. Daltrey canta con uno stile balbettante e insofferente un testo-manifesto che farà storia ("People try to put us d-down, just because we get around. Things they do look awful c-c-cold, I hope I die before I get old. This is my generation, baby. Why don't you all f-fade away? And don't try to dig what we all s-s-say. I'm not trying to cause a big s-s-sensation, I'm just talkin' 'bout my g-g-g-generation"), mentre Moon (batteria e percussioni) e Townshend affogano il pezzo in rumorismi e ritmiche epilettiche.

Il primo album (dal titolo My Generation per il mercato inglese, e The Who Sings My Generation per quello americano, con una minima modifica di tracklist) esce nel 1965, ed è più che altro una raccolta eterogenea di tutti gli stili cari alla band. Si va dal blues (Please, Please, Please), al Merseybeat (La La La Lies), alla ballata "nera" (I Don't Mind).
I vertici sono però quelli che rivelano la vera tendenza ribelle di Townshend e soci, ovvero l'anthem My Generation e i pezzi costruiti sullo stesso asse: la sensazionale The Ox (Townshend e Moon mai così scatenati), A Legal Matter, e Instant Party (Circles) (eccezionali le dissonanze e le melodie decadenti), guarda caso tutte e tre piazzate come ultime tracce, perché musicalmente sono le più rivoluzionarie e anticommerciali. Ma in realtà lo stile nichilista di Townshend, che si sfoga davvero in questi tre pezzi, emerge lungo tutto il disco, sin dall'opener Out in the Street (le cui melodie vengono "rovinate" appositamente dalle parti di chitarra taglienti e noise di Pete). Doveroso infine citare The Kids Are Alright, che in breve diventa l'inno "mod" melodico dell'album.
Ma il disco è storico per via del nuovo approccio stilistico al rock che propone, non per le effettive "canzoni"; un approccio che contribuisce enormemente alla definizione dello stile "garage-rock" (da cui un decennio più tardi deriverà il punk-rock) e che profetizza l'inserimento del caos e del noise nel rock.

Il secondo abum (a titolo A Quick One per il mercato inglese e Happy Jack per quello americano, quest'ultimo contenente il singolo Happy Jack, uscito pochi mesi prima), del 1966, non è ai livelli del precedente, ma sforna l'ottima Run Run Run (distorsione ipercaotica del Merseybeat), la visionaria Boris the Spider, la frenetica So Sad About Us, e la conclusiva mini-suite A Quick One, While He's Away (che, con una lunghezza di 9 minuti, continui cambiamenti ritmici e rumorismo portato all'eccesso, è l'anticipazione del futuro più "prog" della band). Il disco è in continuo equilibrio tra la melodia Merseybeat (ma sempre distorta caoticamente) e la psichedelia, esplosa proprio in quegli anni.

Tra i singoli del 1967 spicca Pictures of Lily (un inno alla masturbazione). Townshend parla continuamente di adolescenti, e in modo sempre più analitico e arrabbiato. I The Who rappresentano sempre meglio la risposta dei ragazzi di periferia alla repressione morale e musicale del "regime", e i loro show incendiari ne sono l'esempio più pratico: Townshend al termine di ogni concerto fa a pezzi la propria chitarra, in un gesto di estremo sfogo alla frustrazione.

Ma con il terzo album The Who Sell Out (Track/Decca, 1967) comincia la mutazione dei quattro da giovani ribelli ad artisti maturi.
Townshend si lascia affascinare dal concept-album, sulla scia dei The Kinks, e scrive un disco in cui tutte le tracce sono un continuo airplay radiofonico (con anche relativi falsi jingle e spot). Inoltre, musicalmente The Who Sell Out è figlio dell'ondata psichedelica, anche se non aggiunge molto a quella scena, e anzi fa rimpiangere l'impeto delle hit passate, perché spesso manca della maturità necessaria per colpire davvero. Tuttavia si fanno notare più che positivamente l'opener Armenia City in the Sky, la conclusiva Rael (esperimento articolato sulla scia di A Quick One, While He's Away, ma più breve), e qualche altra traccia (l'acustica Sunrise, ma anche l'enfatica I Can See For Miles, che diventa la hit del disco).

Nel 1968 esce come singolo Magic Bus, apice febbricitante delle loro influenze più psichedeliche, con un lavoro eccezionale di Moon al drumming; il pezzo diventa una delle loro hit più celebri.

E il quarto album Tommy (Track/Polydor e Decca/MCA, maggio 1969) non è che la logica conseguenza della strada evolutiva intrapresa.
Townshend, ispirato dallo spiritualismo del guru Meher Baba, stavolta ha la maturità per realizzare un progetto ambizioso, e ne è consapevole: Tommy diventa così la prima "rock opera" della storia, il primo lavoro a trattare concettualmente il rock in formato LP come fosse una play teatrale, nonché stilisticamente il primo disco ad utilizzare i suoni più "duri" e distorti del rock in stratificazioni magniloquenti ispirate dalle sinfonie classiche, raccolta
in un disco doppio per un totale di 24 tracce.
Il concept del lavoro è la storia cronologica di Tommy, bambino diventato sordo, cieco e muto a causa di uno shock famigliare, che crescendo scopre tra le altre cose di essere un mago del pinball. Al di là della trama dei testi, spesso affascinante e oscura (tant'è che non piace ai media fin da subito: paiono argomenti troppo poco allegri per gli airplay), musicalmente Tommy è lo show stilistico dei vari membri, Townshend in primis, che spaziano da pezzi sostanzialmente già prog-rock (i 10 minuti di Underture) a ballate nostalgiche (1921) o folk (Sally Simpson), da scariche di blues-rock tagliente (Christmas, Pinball Wizard) ad aperture esotiche (The Acid Queen, Eyesight to the Blind).
Tommy
è innanzitutto un disco-evento, che apre nuove strade e ispira una lunga serie di musicisti rock, nonché il culmine di un'evoluzione stilistica che 4 anni prima in pochi avrebbero immaginato.

Nel frattempo Townshend è diventato a tutti gli effetti un sostenitore delle teorie spirituali di Meher Baba, e comincia a scrivere il seguito di Tommy, un'altra "rock opera" dal nome The Lifehouse Chronicles, ma poi il progetto viene abbandonato in favore di un album dal formato normale. Gran parte del materiale scritto finisce quindi sul quinto album Who's Next (Track/Polydor e Decca/MCA, 1971), che musicalmente suona come un Tommy riportato alle sue radici rock'n'roll, togliendone pomposità ed eccessi (in questo periodo la maggior parte delle rock-band inglesi stanno tornando alle loro radici più "tirate" grazie alla rapida ascesa dell'hard-rock, che vede i Led Zeppelin in testa).
I capolavori dell'album sono senza dubbio l'opener Baba O'Riley (intro alle tastiere che cita la scuola minimalista di Terry Riley, progressione armonica alla chitarra elettrica che pulsa un'eccezionale energia, liriche proclamate con enfasi epica, e una danza di violino tzigano a chiudere), Going Mobile (incrocio tra un country-blues frenetico e influenze tzigane, con la coppia Moon-Townshend scatenata), Behind Blue Eyes (un'emotiva ballad con improvvisa escursione rhythm'n'blues al centro, cantata da Daltrey con tono in bilico tra l'angelico e l'indemoniato) e la conclusiva Won't Get Fooled Again (8 minuti e mezzo di scariche elettriche e ritmiche epilettiche, la coppia Moon-Townshend ancora una volta sensazionale, e Daltrey scatenato, con apice di potenza nello stacco verso la fine, brutalizzato immediatamente in una chiusura urlata).
Da segnalare un ottimo Townshend anche a synth e tastiere, e i contributi come sempre eccellenti di Nicky Hopkins (che in quel periodo lavora anche con i The Rolling Stones) al pianoforte.

Il successivo Quadrophenia (Track/Polydor/MCA, 1973) è la seconda "rock opera" della band, organizzata in due dischi per un totale di 17 tracce. Probabilmente, a livello di songwriting, è anche la prova più matura e riuscita di tutta la carriera di Townshend.
La storia narrata nei testi stavolta ruota attorno ad un "mod" adolescente di nome Jimmy, che cerca di trovarsi un'identità mentre gli si abbatte addosso una serie di eventi negativi.
Musicalmente, il rock di Townshend non è mai stato organizzato in maniera tanto simile alle sinfonie classiche, con una cura maniacale per ogni passaggio e arrangiamento (ma, nonostante la natura molto studiata, l'enfasi passionale è sempre in primo piano).
Svettano su tutte The Real Me (carica blues-rock abbinata perfettamente agli arrangiamenti tastieristici raffinati), la title-track (6 minuti, esplora in modo molto prog-rock e con parecchi cambi di ritmo tutti i paesaggi sonori del disco), The Punk and the Godfather, The Dirty Jobs (pomposa ed enfatica), Helpless Dancer (con pianoforte e chitarra epilettici), 5:15 (un trascinante boogie-blues, con intreccio polifonico eccezionale di chitarra-pianoforte-fiati), Doctor Jimmy (8 minuti, con tutta una serie di passaggi enfatici), The Rock (una strumentale di puro sapore prog-rock, orchestrata magistralmente tra chitarre e synth), e la conclusiva Love, Reign O'er Me (l'episodio più straziato e melodrammatico).

Il 19 Marzo 1975 esce il film Tommy, diretto da Ken Russell, a coronamento dell'omonima rock-opera della band uscita su album nel 1969. Roger Daltrey recita nel ruolo del protagonista, e Pete Townshend compie un ottimo lavoro di riadattamento dei pezzi per la colonna sonora.

Il settimo album The Who by Numbers (Polydor/MCA, 1975) non è affatto all'altezza dei suoi illustri predecessori, e oltre al Merseybeat infarcito di blues e western di Squeeze Box non ha molto altro da salvare.

L'ottavo album Who Are You (Polydor/MCA, 1978) è leggermente più ispirato rispetto al precedente; ma, oltre a compiere qualche escursione nei battiti della disco-music e sfornare un po' di convincente rhythm'n'blues (la title-track), non aggiunge nulla di interessante alla carriera della band.

Purtroppo, un mese dopo la pubblicazione di Who Are You, il talentuoso batterista Keith Moon, la colonna ritmica della band, scompare a causa di un'overdose di farmaci.

Un anno più tardi, nel 1979, esce il film Quadrophenia, diretto da Franc Roddam, costruito sulla seconda rock-opera della band.

Nel 1981 esce il nono album Face Dances, con alla batteria Kenney Jones (ex drummer dei The Small Faces), ma oltre all'opener You Better You Bet non contiene nulla di rilevante. I pezzi sono troppo innocui, composizioni e arrangiamenti non hanno più nulla di geniale o anche solo azzardato, e la produzione smorza il tutto (la chitarra di Townshend non si sente quasi più).

Sul decimo album It's Hard, del 1982, c'è pochissimo da salvare. Le tracce sono semplici esercizi di stile, innocui, diluiti e per nulla incisivi. Ad eccezione dei fraseggi di Townshend, sempre convincente, la band stessa sembra annoiata da quel che fa, e l'unica traccia che regge il passo con il passato è l'articolata Eminence Front.

Nel 1983 Townshend decide di lasciare i The Who, che quindi si sciolgono.
La band si riformerà comunque in diverse occasioni, per suonare spettacoli dal vivo.
John Alec Entwistle purtroppo scomparirà nel 2002.

Nel 2006 Townshend decide di far uscire un nuovo album a nome The Who, dal titolo Endless Wire. Di fatto, quasi tutto il materiale viene composto e suonato da Townshend e Daltrey, gli unici due membri originali rimasti, ma sostanzialmente non è altro che una ripresa del discorso da dove era stato lasciato in sospeso. Endless Wire è musicalmente vicinissimo a It's Hard e Face Dances, con assai pochi momenti realmente accostabili ai fasti dei capolavori del gruppo (su tutti, la struggente Trilby's Piano). In definitiva, un lavoro consigliato solo ai veri fan della band.





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