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Zoroaster

Zoroaster (2005)
5.5/10
Dog Magic (2007)
6.5/10
Voice of Saturn (2009)
6/10
Matador (2010)
7/10




Gli Zoroaster sono un trio di Atlanta (Georgia, USA) consistente in Brent Anderson (basso, voce), Will Fiore (chitarra, voce) e Dan Scanlan (batteria).

Il sound dei primi tre dischi indipendenti pubblicati per la loro Terminal Doom Records, ovvero Zoroaster (2005), Dog Magic (2007, il disco che li fa notare) e Voice of Saturn (2009), può essere ben descritto come una variante più scarna e hardcore degli Electric Wizard, ma il loro primo album per la label E1, intitolato
Matador, segna il balzo verso una nuova formula stilistica, più melodica e accessibile al mainstream; è tuttavia vero che la band dimostra una propria evoluzione già nel corso degli album precedenti, introducendo pezzi più ricercati e con influenze più aperte già da Dog Magic. In particolare, Matador riprende l'afflato spirituale e psichedelico introdotto in alcuni pezzi di Dog Magic come Tualatin e la title-track, e la tendenza all'impasto più melodico di Spirit Molecule (da Voice of Saturn), portando tuttavia quei timidi accenni verso una dimensione assolutamente nuova.
Senza più monolitici pezzi da 10 e più minuti, e con una rinnovata sensibilità melodica, gli Zoroaster sembrano voler associarsi agli High on Fire nel fare da ponte tra la forma-canzone più classica del rock e le sonorità più aggressive dello sludge; tuttavia, in Matador, le abrasioni più heavy che la fanno da padrone negli High on Fire vengono levigate con forza, e il focus si sposta verso la costruzione di un wall-of-sound mesmerizzante e allo stesso tempo "morbido", in cui la carica di furia riesce (anche grazie alle vocals pulite e riverberate) a suonare soffice e psichedelica, pur mantenendo tutte le attrattive essenziali del genere sludge-stoner.

Uno dei migliori esempi è già l'opener D.N.R., in cui il ritmo incalzante (scandito in sottofondo da un respiro affannato) e i riff catchy vengono accompagnati da una contagiosa melodia vocale riverberata e cantata con tono da rituale esoterico.
Stesso discorso per Odyssey, in cui i toni da sermone orientale si abbinano a dei giri chitarristici più heavy-metal (una sorta di Motörhead al rallentatore, così come la precedente traccia Ancient Ones), per poi lasciare spazio all'esplosione caleidoscopica dell'assolo e ad un potentissimo riff finale.
Ancora meglio riesce comunque a fare il capolavoro del disco, ovvero la centrale Old World, in cui le memorabili vocals, accoppiate al ricorrere di uno dei riff più esotici e indimenticabili della band, portano il brano in una dimensione quasi liturgica.
Queste sperimentazioni più vicine al lato spirituale, esoterico e psichedelico vengono ben bilanciate dalla carica heavy-metal nostalgica di Trident, e prendono una forma diversa in Firewater, una strumentale in cui la psichedelia disorientante viene espressa tramite distorsioni più noise-rock.
Il momento più legato al doom-metal e all'aggressività dei lavori precedenti è rappresentato da Black Hole, il cui inizio profondo e apocalittico fa tremare la terra, mentre la voce torna alle abrasioni straziate da killer tipiche del doom.
Un'altra strumentale è la breve Odyssey II, stavolta però quieta e arpeggiata, perfetta introduzione per la title-track, di 7 minuti e mezzo e divisa in due parti, la prima una vibrante tensione in preparazione del terreno per l'esplosione stoner-doom riverberata a wall-of-sound della seconda; qui gli Zoroaster suonano come un incrocio perfetto tra lo sludge-doom più funebre e i Pelican di Australasia.

Il power-trio di Atlanta ha ora abbandonato le ruvidità più estreme, le distorsioni più rumoristiche, le ritmiche più lente e straziate; ma ciò che è stato perso in efferatezza doom è stato guadagnato sotto il profilo melodico e psichedelico: tagliando di netto il loro debito evidente con Electric Wizard e Harvey Milk, i tre hanno trovato una voce più personale, una sorta di versione più "pop" ma allo stesso tempo fresca e originale di quel medesimo stile.





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Copyright © Matthias Stepancich